
Dune - Parte 2

L’irraggiungibile imperituro?
analisi del film di Filippo "Jedifil" Rossi, scritta il 25 aprile 2026
La vita mi ha sempre fatto pensare a una pianta che vive del suo rizoma: la sua vera vita è invisibile, nascosta nel rizoma. Ciò che appare alla superficie della terra dura solo un’estate e poi appassisce, apparizione effimera… Quello che noi vediamo è il fiore, che passa: ma il rizoma perdura. In fondo, le sole vicende della mia vita che mi sembrano degne di essere riferite sono quelle nelle quali il mondo imperituro ha fatto irruzione in questo mondo transeunte.
- Carl Gustav Jung, 1961
Sono passate oltre due dozzine di mesi. Dopo le multiple visioni tra fine febbraio e la primavera del 2024, scrivere qualcosa di sensato sul film Dune: Part 2 del grande regista canadese Denis Villeneuve è stato ed è, per me, estremamente difficile. Ci sto pensando da troppo tempo. Devo anche dire che da allora non l’ho più rivisto: il Blu-ray è lì che attende sul comodino da tanto tempo, forse aspetta una mente più sgombra e pacificata. Direi che quel che ne scrivo potrà aiutarmi a riaffrontarlo. Mi tocca nel frattempo organizzare, alla fine del parto, solo qualche approfondimento, ovviamente dedicato a chi l’ha già visto. Quindi, degli spoiler me ne frego… del resto si tratta del super kolossal diretto dal mio regista preferito, musicato dal mio compositore preferito (Hans Zimmer), interpretato dal mio attore preferito (Timothée Chalamet) e soprattutto tratto dal mio libro preferito, quindi non ammetto che chi capita qui non abbia già visto il film (di più di due anni fa) e, meglio ancora, già letto il romanzo-fonte di Frank Herbert (del 1965!).
Scrivo queste righe in attesa dell’imminente Dune: Part 3, la cui (inaspettata) post-produzione è già in corso, previsto per l’uscita natalizia. Sulla fretta della sacra accoppiata Villeneuve & Zimmer nel buttare fuori la chiusura di trilogia, rielaborando il secondo romanzo della saga Dune Messiah (1969), tornerò alla fine. Il senno di poi, vedrete, farà assumere a tale “fretta” la parvenza di una conseguenza ragionevole.
Che sia tutta una questione di ferocia desertica?
Parliamo di un film di sangue e sabbia. Una sorta di arena del toro di odori penetranti e sozzure carnalissime. Grande opera tragica, sorprendente e stratificata sul (necessario, attualissimo) tema del potere corruttivo che deriva dal fanatismo religioso e dalla sua manipolazione. Il messia politico esiste ed è un anticristo posseduto, sanguinario alla Robespierre, vendicativo alla Anakin Skywalker/Darth Vader e massacratore alla Gengis Khan. Indimenticabile la lenta pugnalata nel collo di nonno Vladimir Harkonnen, inferta da uno spaventoso Chalamet che ha appena salito i gradini imperiali ingobbito come un turbine del deserto, imbrattato dalle viscere impolverate dei nemici, completamente mascherato eccetto gli occhi azzurri, che si intravedono iniettati di odio… In “chiave Dune” il film è entusiasmante: strapieno di roba fantastica, pur con l’evidente assenza nello script di concetti basilari per l’intreccio.
Il tema centrale comunque è notevole e riuscito: il Viaggio eroico al contrario, ossia la straordinaria Caduta dell’Eroe, mai così chiara, coerente, sconsolata.
Parte 2 punta moltissimo sul terzo film. Più del libro-capolavoro originale Dune, abbastanza autoconclusivo e con un trionfo finale ambiguamente romantico, il secondo film di Denis Villeneuve vanta una conclusione sospesa, negativa e terrificante. È evidente come sia basato su un progetto costruito per essere trilogia cinematografica a forti blocchi narrativi episodici, ben consapevoli del quadro generale - ovviamente molto più dell’autore originale Frank Herbert, che da metà anni Sessanta ci metterà vent’anni a inventarsi i cinque seguiti per comporre una macro-trama complessissima, che resterà in ogni caso incompleta e sarà poi ritoccata dal figlio.
È un film a tratti monumentale, a tratti minimale, sempre lineare: rende orgogliosi essere lettori del libro. Che rimane un volume benedetto, è da dire, da un impatto emotivo e cerebrale superiore, in diversi momenti, ma anche più nebuloso e allusivo in diversi altri. Nel secondo episodio di Villeneuve sarebbero forse bastate solo un po’ di battute o scene in più in una manciata di svolte fondamentali, perché le tre ore filmiche sono comunque riuscite e spaccano tutto. Un curioso spettatore non-duniano ne esce sconvolto e stravolto.
Un riflesso dei giorni delle guerre MAGA?
Le Bene Gesserit sono magnifiche. Tutte loro, dalla prima all’ultima (anche quella non nata), sono le migliori in campo; origine, motore, deviazioni, senso e obiettivo della storia. Le Bene Gesserit del film sono gestite in chiave saga e non solo primo libro, aggiungendo feconde invenzioni problematiche come l’Alia feto che possiede dal ventre la madre Jessica; e nuove idee assolutamente geniali – ad esempio, la prova del Gom Jabbar che Lady Margot impone a Feyd-Rautha Harkonnen, eleggendolo “secondo Kwisatz Haderach” ed innalzandolo a minaccia concreta per l’ormai divinizzato Paul Muad’Dib.
Certi difetti filmici sono bilanciati, a volte ben compensati dalle nuove trovate autoriali, assolutamente inedite, le quali definiscono l’identità del film 2. Che è quella di una grande tragedia shakespeariana proiettata nel nostro presente ed elevata a futuro ammonitore, nella quale è rafforzata ed evidenziata la dannazione di Paul Atreides, il protagonista antieroico. Villeneuve lavora sempre sulle finezze laterali, espressive, marginali. Purtroppo nel suo film 2 pesano alcune scappatoie e forzature narrative. C’è da dire che il libro confonde: l’opera è un mistero, per quanto molti dettagli letterari spieghino tutto pur rendendo la narrazione più oscura, ipnotica. Rimanerci confusi ma frastornati, con Dune, è inevitabile.
Ritengo infatti discutibili tre punti: la minaccia dell’uso delle Atomiche di Famiglia sui “giacimenti” di Spezia e, rispetto anche al primo film di Villeneuve, sia la sparizione della Gilda Spaziale, sia la normalizzazione dei Sardaukar. Non sono proprio cosette, per l’impianto logico dell’Universo di Dune, e le affronto per trovare i perché del cambiamento.
In Parte 2 tutti si muovono troppo facilmente nello spazio; le armi atomiche paiono decisive, eliminando in toto il ricatto alla Gilda sulla distruzione biologica della Spezia (nel libro Paul è l’unico fuori da Arrakis a capire la relazione segreta Spezia/Verme e il punto debole dell’acqua libera). Quest’ultimo concetto, soprattutto, è legato al mistero letterario di fondo: il collegamento pseudo-scientifico Acqua della Vita/Spezia Melange. Togliendo lo stratagemma legato alla comprensione del ciclo ecologico del pianeta, si perde un po’ di fascino fantascientifico. Manca infine l’addestramento marziale Bene Gesserit che Lady Jessica per sopravvivere offre ai Fremen e che Paul sfrutta per sconfiggere i disumani Sardaukar; infatti, è la Weirding Way che nel libro esalta il dramma guerresco tra sottovalutati nativi e arroganti imperiali.
Detto questo, sono critiche relative al libro fonte, perché in effetti nella variazione/semplificazione del film tutto regge. Come è giusto che si mostri l’inizio di quella Jihad/guerra santa devastante al centro dell’intera saga letteraria e senso ultimo dell’opera. Il messaggio filmico è modernissimo e condivisibile: contro la religione politica, contro il potere che corrompe, contro la guerra per interesse – il fatto che si scontrino eserciti e non ci siano vittime civili rende più accettabile la parte violenta. In Dune, purtroppo, i civili sono quasi tutti schiavizzati inferiori, già vittime dello status quo militaresco; nel film si vede (ad esempio, nelle indimenticabili sequenze della festa Harkonnen su Giedi Prime) ed è il segno tra i più evidenti del fallimento sociopolitico nell’Universo di Dune. L’eccezionale, ineguagliabile cifra della saga letteraria è il trattamento dell’aristocrazia oligarchica e guerriera, geneticamente selezionata per generazioni, ricchissima sfondata, super privilegiata, sprezzante, religiosamente intoccabile e, per questo, decadente.
E, a proposito di Chani?
Tutto è davvero arduo da dipanare. Come in film 1, Villeneuve lascia molte cose nel non detto sia per paura di spiegare troppo, sia per la sua giusta capacità visiva di rappresentazione. La forza di Dune è tanto nei risvolti della storia, quanto nei fondamentali dettagli di ambiente – da questo punto di vista, costumi, scenografia, fotografia, luci, musica, effetti, certamente tutto è perfetto. La parte “umana” più evidente è la travagliata storia d’amore tra Paul e Chani: alla fine il protagonista sacrifica il più grande valore per fare la cosa per lui più giusta, che si capirà nel terzo film se essere mera sete di potere o la pace/evoluzione universale… il dubbio che resta non è banale, è una tematica universale raccontata in modo destabilizzante. La stessa ribellione di Chani crea un nuovo controcanto, molto interessante e toccante.
Sono contento della Chani ribelle del film, per quanto non discuta mai sui gusti di chi rimpiange la straziante Chani del libro, fedelissima, allineata, quasi arrendevole a Paul. Anche nel momento topico del risveglio dal coma dell’Acqua della Vita di Paul come Kwisatz Haderach, Villeneuve ribalta l’atmosfera. Nel libro è certamente altro, ma non diverso: Frank Herbert scrive che Chani bacia l’immoto Paul per disperazione d’amore e il bacio le fa percepire il sapore del Veleno Illuminante cambiato; quindi la ragazza capisce cosa l’amato abbia fatto e dice alle Sayyadine di bagnargli le labbra con l’Acqua della Vita non cambiata, per riportarlo alla vita – insomma, anche Herbert, come Villeneuve, ribalta il “bacio della Bella Addormentata”. Nel film viene aggiunta la distorsione sincronica (non “casuale”) della profezia, ossia le lacrime date al morto da parte della "Primavera del Deserto"; il che è un altro tipo di bellissima e commovente poesia.
Chani non si comporta come una ragazzetta piagnucolosa perché se ne va sbattendo la porta quando Paul Muad’Dib decide di sposare la Principessa Irulan. Il tradimento di Paul è certamente rilevante, ma alla fine del film la sua amata se ne scappa nell’ignoto del deserto a causa di ciò che l’eroe si è ridotto a essere: l’odiato salvatore straniero per i Fremen, che lo seguono ciecamente a causa di una profezia creata artificialmente secoli prima da missionarie extra-mondo. L’Atreides è un nuovo strumento di dominio esterno mascherato da profeta-guerriero indigeno: la Chani filmica l’ha sempre rifiutato. Il virus dei falsi messia e il pericolo dei leader carismatici sono principi cardine del messaggio di Frank Herbert e le modifiche apportate al personaggio di Chani servono a mostrare con efficacia cinematografica questo basilare concetto, che nei libri è implicito nei pensieri e nelle visioni interiori di Paul. È uno sviluppo organico che avviene lungo il corso dell’intero film, ben scritto e ben recitato, di certo diverso dall’originale ma utile a mantenere intatto lo spirito stesso dell’opera. In questo senso, l’adattamento di Villeneuve è fedelissimo.
L’arricchimento con il prezioso messaggio antieroico dell’opera, ossia la modifica di Chani, riesce, addirittura, a compensare emotivamente, in positivo, la grave assenza del tema ecologico - direttamente collegato ai problemi Spezia/Gilda, citati a inizio film 1 ma non più ripresi né sviluppati. I piatti della bilancia restano per ora in fecondo e più che dignitoso equilibrio. La speranza è che nel futuro film 3, ispirato a Messia di Dune, colui che resta tra i più grandi cineasti del nostro tempo accetti il rischio autoriale, metta un masso su un piatto e schianti definitivamente l’equilibrio verso il misticismo ecologico.
E la Gilda Spaziale?
I Piloti della Gilda sono umani drogatissimi e mutati tenuti segreti a tutto l’Imperium, quindi nelle due parti del film di Villeneuve non ha senso mostrarli. Infatti, nel primo romanzo Dune di Herbert non appaiono mai; appaiono però, e sono fondamentali nel finale, le “onnipotenti sanguisughe” della Gilda, ossia i banchieri e i funzionari politici/economici.
David Lynch, nel suo Dune cinematografico del 1984, mostrava subito al pubblico il Pilota/lombricone della Gilda: uno dei tanti casini concettuali del film, che da allora costringerebbe i fan casuali e ignoranti a farci i conti. Lynch comunque era preciso nel tenerlo segreto, dato che solo l’Imperatore Shaddam IV lo vedeva. La creatura di Carlo Rambaldi era pensata come spiegazione politica, semplificazione mistica e anticipo voluto di un eventuale sequel Messia di Dune. Alla fine del Dune-Lynch entravano giustamente in scena gli arroganti ambasciatori della Gilda, ma senza nessun nesso logico con il ricatto di Paul legato all’ecologia di Arrakis.
Politici della Gilda che vengono citati e mostrati nel primo Dune di Denis Villeneuve, ma che in film 2 sono completamente tagliati. Per me resta non solo o non tanto un problema del secondo film, ma una grossa occasione mancata da parte di Villeneuve per far capire come la misteriosa ecologia di Arrakis si riversi, tramite la Spezia, nell’ordinamento politico ed economico dell’Imperium. Elemento non semplice ma imprescindibile per il fascino sia fantascientifico, sia esoterico del romanzo.
La Gilda Spaziale, nel libro, risulta basilare per diversi motivi: amministrativi, mistici e scientifici. La salita al potere dell’esaltato Paul Muad’Dib letterario passa per un duplice ricatto, legato alla sua capacità di distruggere il ciclo ecologico dell’unico pianeta cosmico che produce Spezia. Il primo ricatto è nei confronti dell’Imperium, che sarebbe annientato senza ciò che permette il suo funzionamento logistico, infrastrutturale e comunicativo; il secondo è nei confronti diretti dell’apparentemente invincibile Gilda Spaziale, che morirebbe tra atroci sofferenze dato che è segretamente dipendente dalla profetica droga Melange. L’unico privilegiato che nel libro scopre e sfrutta sia la fragilità dei veri dittatori monopolisti, sia la connessione ultra scientifica Imperium/Arrakis/Verme/Spezia, è proprio l’eroe Atreides: in quanto Kwisatz Haderach & Fremen.
In film 2 Denis Villeneuve ha tagliato via tutto questo, bypassandolo con il potenziamento dell’idea socio-militare herbertiana delle legali testate nucleari nascoste dal clan, rimesse in gioco dal fedele Atreides Gurney Halleck.
Ma poi, le Atomiche di Famiglia?
Una scelta legittima e valida, ancora più al passo dei tempi oggi di quanto non fosse negli anni Sessanta della Guerra fredda. La minaccia filmica dell’uso unilaterale delle armi nucleari per devastare l’ecologia di un pianeta sembra più semplicistica rispetto alla geniale astrazione para-scientifica di Herbert (che era coerente con la logica “artificiale” del sistema fittizio di Arrakis), ma in effetti mantiene la portata rivoluzionaria degli equilibri narrativi. Anzi, pare anche più riconoscibile oggi, con tutta la rinnovata paura terrestre per i missili a testata termonucleare, inutilizzabili sul piano logico ma sul piano sociopolitico ben presenti. Non a caso, l’anno prima di Dune – Parte 2 il capolavoro cinematografico Oppenheimer del compare Christopher Nolan è stato un successo epocale.
Certo, diventa allora logico che il Paul di Villeneuve rivolga la sua minaccia militare al solo Imperatore, circondato da esponenti del Bene Gesserit e del Landsraad, rendendo l’assenza della Gilda meno grave rispetto al libro. Ma comunque è un’assenza che si sente, dato che nell’introduzione di film 1 si poneva una certa attenzione al ruolo dei Navigatori mutati dalla Spezia: è a mio parere uno dei motivi che rendono urgente il terzo film… che dovrebbe riprendere il concetto iniziale e portarlo a compimento.
C’è anche da dire che il ventilato uso delle Atomiche di Famiglia sulla Spezia fa il grosso del lavoro per Paul, al vertice dell'intrigo, ma non lo può completare alla base della piramide. Come succede nel mondo reale degli Stati terrestri, nella fiction cinematica molte Famiglie e Casate imperiali (ottimamente sobillate dal Barone Harkonnen, che alla fine vedeva in questo la sua unica speranza di sopravvivenza) non capiscono le implicazioni della distruzione della Spezia e dichiarano comunque la guerra civile, forti delle loro Atomiche; rimettendo la questione nelle mani dello scontro bellico e della conquista territoriale – la guerra santa di tipo fondamentalista condotta dai fanatici Fremen. Il che, a un livello ancora superiore, funziona perfettamente: la Gilda risulta nel film meno esposta che nel libro e potrà permettere, al giusto prezzo, lo spostamento spaziale degli eserciti… tutto torna, in effetti.
Seguendo la linea di ragionamento, i rivoluzionari Fremen sostituiscono gli stessi Sardaukar come aspetto horror del sistema in crisi. In film 1 il bianco esercito imperiale sembra composto da bestie tatuate ringhianti una lingua incomprensibile, perfetto braccio armato di un potere intoccabile perché terribile. In film 2 i Sardaukar si trasformano invece in un raffinato cavalierato elitario, leonino, destinato a essere spazzato via da chi è molto più animalesco di loro. Capisco che si debbano smorzare gli ottimi Sardaukar del primo episodio per mettere in risalto la corruzione religiosa che Muad’Dib impone ai nobili Fremen.
Se adatti un libro a film, sono più problemi o opportunità?
Di fronte alla raffinatezza di questo (doppio) kolossal di Villeneuve è inevitabile farsi domande, e quindi rivolgersi per le risposte a chi conosce la materia letteraria dalla quale il regista è partito. Ma l’opera cinematografica, per quanto altra cosa rispetto al libro originale di Frank Herbert 1965, per quanto elaborata molto più della media cinematografica attuale, sta generalmente in piedi con le sole informazioni filmiche. Tranne forse pochi dettagli laterali del libro, che nel film sono rigorosamente rispettati ma non spiegati e sui quali possiamo divertirci a discutere – ad esempio: in “Parte 1” la gestione dell’interazione laser/scudo Holtzman; in Parte 2 l’impiego dei missili atomici Atreides sul Muro Scudo e non direttamente sui soldati imperiali.
È un argomento che va di moda: può un adattamento cinematografico prendere un complesso romanzo capolavoro e, modificandolo (più o meno pesantemente), diventare esso stesso capolavoro autonomo? In questi casi il pericolo è mettere mano a un castello di carte alto, composito, fragilissimo, e togliendo una o più carte, sostituendo una o più carte, aggiungendo una o più carte, abbattere l’intera struttura. Fu già questo il peccato commesso dal grande David Lynch nel suo tentativo duniano del 1984, nel quale sostituire la Weirding Way tipo arte marziale del Bene Gesserit con il Weirding Module tipo pistoletta sonica degli Atreides si risolse in un disastro dialettico e concettuale.
Nel 1973 il maestro Robert Altman diresse Il lungo addio (The Long Goodbye), film noir contemporaneo che la grandissima sceneggiatrice Leigh Brackett (quella de L’Impero colpisce ancora) estrapolò dall’omonimo romanzo-pietra miliare scritto nel 1953 dal mitico Raymond Chandler, ambientato esattamente vent’anni prima. Al di là del disadattato attore pazzoide e apparentemente inadatto Elliott Gould nel leggendario ruolo del granitico investigatore privato Philip Marlowe… resta ben poco del cronometrico, poetico, labirintico testo originale. Se ne fa satira, se ne taglia un sacco e se ne reinventa una sporta, si tolgono e si aggiungono personaggi, se ne ribalta finale e senso. Si elimina perfino la mitica frase di chiusura, la battuta epitaffio di un intero genere, la citazione dal tango che proprio non si poteva eliminare (Marlowe a Terry Lennox: “Non ti dirò addio. Te l’ho detto quando aveva un significato. L’ho detto quando era triste, solitario e definitivo.”). Disse Altman: “I tifosi di Chandler mi odieranno a morte, ma non me ne frega niente.”
Infatti, il film è tra i migliori della Hollywood degli anni Settanta, capolavoro commovente che è storia del cinema. Forse lo è proprio nelle variazioni? Altman non lesse, né rilesse, né ricopiò riga per riga il romanzo Il lungo addio, ma si sorbì chilometri e chilometri di saggistica, epistolari, appunti sull’autore Chandler e sull’opera omnia. Fornì a cast e troupe una raccolta di lettere e biografie analitiche, consigliando loro di studiare i testi critici. Lavorò fianco a fianco, nella reinvenzione, con la Brackett, scrittrice geniale che a sua volta studiava Chandler da decenni.
Il misterioso film diventa allora materia del sogno esattamente come il misterioso romanzo, dal quale parte e con il quale non c’entra quasi niente. Prima di “cambiarle”, le opere complesse vanno non solo studiate, ma allargate alla visione complessiva del loro autore e, soprattutto, capite. E al cinema, maledetto cinema, l’hanno storicamente fatto in pochissimi. La sceneggiatura filmica, a tal proposito, deve rifare il romanzo tramite un sensato taglia e cuci non solo su di esso, ma anche sull’apparato critico dello scrittore. Villeneuve con Dune l’ha fatto due volte, in crescendo.
Cosa rappresenta il Piccolo Creatore?
La fantascienza essenziale e concreta (il metallo delle Mietitrici come le squame dei Vermi) è il segno autoriale del regista, che pare asciugare le mattane più spirituali presenti nelle premonizioni psicotrope e lisergiche. Villeneuve è un cineasta che nei suoi film non ama gli spiegoni condotti tramite dialoghi o monologhi, ma preferisce attenersi all’immagine e al suono. In questa versione di Dune abbondano scene, sia visive sia musicali, che rimangono impresse e persistono nell’immaginazione a lungo, dopo la visione. La realtà della sabbia desertica, le scenografie espressioniste, gli scoppi melodici o rumoristi, le interpretazioni silenziose o urlate, gli sguardi e i gesti. Non sorprende che, nel contesto attuale della creazione di miti culturali, Dune si confermi essere, anche in sala, una storia che parte dall’ecologia ma arriva, sicura, alla decostruzione dell’eroe. L’ha fatto volontariamente il cinema di Zack Snyder, lavorando sui fumetti supereroistici di Alan Moore e Frank Miller; pare insista involontariamente a farlo gentaglia come Donald Trump nella realtà. Le figure carismatiche sono pericolose, certo, ma il messaggio esplicito di Dune – Parte 2 è soprattutto che il fuoco dell’immaginazione religiosa, la fiamma dell’immaginario mitico, l’incendio delle immagini simboliche non vanno mai sottovalutati… è qualcosa su cui non potremo mai illuderci di avere il controllo assoluto.
Nella scena centrale Paul lo mette ben in chiaro, urlando in faccia ai Fremen più sinistri mai visti tutta la potenza dei sogni e delle visioni. La proclamazione della vendetta ducale nell’adunata al sud è emblematica. La “grande” fedeltà suicida di un intero popolo si può ottenere solo conquistandone la “piccola” fantasia. Una lezione che conosciamo bene, nella Storia reale, ma che è giusto ripetere con questa forza assoluta.
Dune film 2 non contiene tanto un messaggio ecologico in senso letterale, come vanta il libro; bensì, è un’irruzione dell’immaginario planetario, globale, sia culturale che naturale. Il personaggio più importante del film di Villeneuve è Dune stesso, Arrakis, che è specchio rivelatore della nostra realtà terrestre, attuale e imminente. Questo personaggio planetario incarna un realismo ecologico individuale e collettivo – l’interrelazione profonda tra il Grande Verme e il mondo della droga, tra il Creatore del Deserto e il suo popolo libero; sublime vedere, grazie a Denis Villeneuve, come il Piccolo Creatore venga affogato nell’acqua per estrarne il veleno blu della visione multi-generazionale, che appartiene al singolo (Lady Jessica, Paul Muad’Dib, Alia) come anche alla pluralità (Bene Gesserit, Fremen, Imperium). L’immaginario planetario, il pensiero ecologico, nella Storia umana si affianca a una nuova mutazione del tempo, esattamente come succede nella prescienza duniana esibita da Paul, in primo luogo, ma anche da tutti i drogati di Spezia. Il passato e il futuro si confermano essere un’interrelazione rizomatica e mutevole, tanto in Herbert quanto in Villeneuve. Se il mondo è relazione, anche il tempo è relazione. È da qui che trae la sua forza la mutazione del possibile futuro, che è sempre in movimento. Il potere del deserto di Dune è la verità gaiana. Il potere della saga multimediale di Dune è la libertà dallo spaziotempo.
Film 3?
Le due cose di Dune – Parte 2 che mi colpiscono al cuore sono: quando non hai più risorse punta alla paura (Feyd-Rautha Harkonnen); ai desideri innati non si comanda (Paul "Muad'Dib" Atreides). La magistrale serie di scene illumina la caduta nel buio del bellissimo eroe, travolto dalla tempesta di vendetta e delusione che perseguita tutto e tutti. La scelta finale di Chani è l’unica fonte di speranza in una catastrofe sanguinosa.
Personalmente, devo ancora “liberarmi” del libro originale herbertiano, così tanto amato, per affrontare correttamente e completamente l’interpretazione di Villeneuve. È un processo lungo e difficile, ma bellissimo.
Questo articolo è fatto da un appassionato del libro Dune di Frank Herbert 1965 - che considero di gran lunga il testo più importante che abbia mai letto, al di là dell’amata fantascienza o dell’amata letteratura. Adoro i due film di Villeneuve. Ma, soprattutto nel secondo, mi manca un po’ la potenza dell’ecologia e del misticismo di Dune al cinema… è un’assenza che, se non rovina l’insieme del doppio film, mi lascia l’amaro in bocca: il tutto avrebbe potuto essere ancora più devastante.
Dune – Parte 3 deve porre rimedio. Ecco perché Denis Villeneuve ha così fretta di farlo e buttarlo fuori. Diceva di volersi prendere una pausa, diceva di voler aspettare l’adeguato invecchiamento degli attori, diceva di voler fare il suo James Bond 007… niente da fare. L’ecologia, di Dune e dell’Imperium duniano, è il richiamo della foresta.
Ecco perché parlo principalmente di esperienze interiori, nelle quali comprendo i miei sogni e le mie immaginazioni. Questi costituiscono parimenti la materia prima della mia attività scientifica: sono stati per me il magma incandescente dal quale nasce, cristallizzandosi, la pietra che deve essere scolpita. Tutti gli altri ricordi di viaggi, di persone, di ambienti che ho frequentati sono impalliditi di fronte a queste vicende interiori.
- Carl Gustav Jung, 1961